sabato, 22 marzo 2008, ore 09:01
scarabocchiato da shiningarden in vita, diritti, petizioni, tibet, libertà

Per quanto ci possa sembrare inutile, la nostra presa di posizione non lo è mai.
Dal suo blog Amina ci invita a firmare l'appello per il Tibet, perchè questa violenza cessi di imperare e il sangue di scorrere.
Perchè per noi tutti il Tibet non può essere una questione politica, ma solo una scelta di coscienza e civiltà.


Amnesty International "Appello per il Tibet" | Firma online l'appello


Credits: Photo by Christian Bachellier


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venerdì, 21 marzo 2008, ore 19:14
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, vita, animali, diritti, società



questa sera voglio svelarvi una verità che io reputo fondamentale: il grado di civiltà di un essere umano si misura in base al rispetto che mostra nei confronti degli animali.
Diffidate da chiunque non difenda ugualmente i diritti degli animali e quelli delle persone.

Non credete a chi parla di esseri superiori e inferiori: siamo tutti esseri viventi, membri della stessa famiglia.
Per favore, non accettate l'ignoranza che nega questa semplice verità. Non accoglietela mai nella vostra vita.

Vorrei che le mie lacrime oggi avessero il potere di affrancarvi dal dolore che genera questa incomprensibile ignoranza e al contempo di impedirvi, un lontano giorno, di esserne inconsapevoli portatori.

 
Animals and children tell the truth they never lie
The Animal Song, Savage Garden



Credits: Photo by Carf


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martedì, 19 febbraio 2008, ore 22:29
scarabocchiato da shiningarden in poesie, vita, idee



Vivere una sola vita
è una poesia del poeta camerunense Ndjock Ngana.

Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo Paese
in un solo universo
Vivere in un solo mondo
è prigione.

Amare un solo amico
un solo padre
una sola madre
una sola famiglia
Amare una sola persona
è prigione.

Conoscere una sola lingua
un solo lavoro
un solo costume
una sola civiltà
Conoscere una sola logica
è prigione.

Avere un solo corpo
un solo pensiero
una sola conoscenza
una sola essenza
Avere un solo essere
è prigione.

Credits: Photo by [auro]


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domenica, 17 febbraio 2008, ore 17:13
scarabocchiato da shiningarden in poesie, scrivere, vita, pace, diritti


Ai tempi della scrittura della tesi di laurea mi capitò di leggere questa poesia che poi decisi di includere nel testo come rappresentazione artistica del legame che ancora oggi unisce i contadini del Terzo Mondo alla terra e ai semi.

Si tratta di una poesia palestinese che condanna lo sfruttamento e la violenza stringendosi attorno al più semplice e antico significato della vita.

Oggi ho deciso di pubblicarla qui perché a distanza di un anno, quando mi capita di rileggerla, la sento ancora “viva”, come se fosse appena uscita dalla penna del poeta.


I custodi dei semi

Bruciate la nostra terra
bruciate i nostri sogni
gettate acido sui nostri canti
coprite di polvere
il sangue della nostra gente massacrata
coprite con la vostra tecnologia
le voci di tutto ciò che è libero
selvatico indigeno.
Distruggete
Distruggete
la nostra erba e il nostro suolo
radete al suolo
ogni fattoria e ogni villaggio
costruiti dai nostri antenati
ogni albero, ogni casa
ogni libro, ogni legge
tutto ciò che è giusto e armonioso.
Con le vostre bombe spianate ogni vallata
con le vostre imposizioni
cancellate il nostro passato,
la nostra letteratura, la nostra metafora.
Spogliate le foreste
e la terra
fino al punto che nessun insetto
nessun uccello
nessuna parola
possa più provare un posto per nascondersi.
Fate tutto questo e anche di più.
Non ho paura della vostra tirannia
non mi dispererò mai
perché conservo un seme
un piccolo seme vivente
che custodisco
e pianterò di nuovo.


** L'immagine è di gonzalo_ar


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martedì, 28 agosto 2007, ore 18:43
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, vita, comunicazione, diritti




“Il prezzo dell’essere una pecora è la NOIA. Il prezzo dell’essere un lupo è la SOLITUDINE. Scegli l’uno o l’altro con grande attenzione”, scrive Hugh MacLeod nella sua vignetta sul sito gapingvoid.com.

Pecora o lupo, essere o non essere: ecco il grande dilemma umano di tutti i tempi.
Un gioco a quiz nel quale la domanda da un milione di euro rimane tutt’ora irrisolta.
Cosa scegliere? La strada affollata e rassicurante della conformità o quella solitaria e incerta dell’originalità?

Troppo semplice e scontato rispondere la seconda quando essere se stessi non è mai stata una scelta ovvia. Infatti, l’originalità è una caratteristica che fa gola a molti, ma la stranezza e l’eccentricità non hanno questo privilegio.

In un articolo sul sito Lifehack.com, Adrian Savage parla del perché essere se stessi sia importante, ma prima di tutto è necessario capire cosa significa “essere se stessi”: essere unici, originali, diversi. Essere quello che nessun altro potrà mai essere. Non è un po’ spaventoso se la consideriamo da questo punto di vista? E se si scoprisse di non piacere a nessuno per la persona che si è? Quale altra alternativa ci rimarrebbe?

La storia e la letteratura ci insegnano che tutti i più significativi drammi umani sono nati dal pregiudizio, dall’etichetta “diverso” appiccicata all’esistenza di qualcuno che si discostava o intralciava la visione del mondo di qualcun altro. In quel caso il potente di turno.
Come scrive Adrian Savage: “Le persone che non si conformano hanno sempre incontrato difficoltà. Sembra che la società abbia bisogno di loro e li tema grosso modo in egual misura.”

A nessuno piace veramente essere la fotocopia di un’altra persona, ma spesso l’unicità spaventa più della conformità. Soprattutto quando dalla conformità si acquisisce un certo potere. Schiacciare la volontà di qualcuno è molto più desiderabile che non perdere il privilegio che si assegna al proprio pensieri, ai principi e agli obiettivi personali.

Eppure, rivela Savage, essere se stessi è la cosa più naturale al mondo. Al contrario sottomettersi alla paura, alla pressione sociale, al buon senso comune porta inevitabilmente alla mediocrità, alla depressione e all’insoddisfazione per una vita che, ai nostri occhi, finisce col perdere il suo valore.

Se ci capita di parlare con qualcuno che è stato costretto a fare i conti con se stesso e con una caratteristica di sé poco o mal tollerata dalla sua comunità di appartenenza, ci si rende conto di quanto la scelta di essere se stessi sia spesso una grande sfida tra l’accettare il modo in cui il caso o chi per lui ha deciso come saremmo nati e il diventare una persona completamente diversa, una persona ad immagine e somiglianza di chi ci vuole diversi da noi stessi.

Ancora oggi, simbolicamente, essere mancini è un difetto da correggere perché la mano destra è l’unica depositaria del diritto di scrivere.

I tempi cambiano e cambiano i persecutori e le vittime, ma non cambiano i ruoli. La tragedia è in scena ogni giorno con diversi protagonisti che conoscono ormai a memoria il copione. Oggi io pecora e tu lupo, domani io lupo e tu pecora.

Chi riuscirà per primo a gettare la maschera che ci divide? La maschera che da sempre cela una delle poche verità che sia sopravvissuta ai massacri e all’odio: siamo tutti, nessuno escluso, inevitabilmente, irriducibilmente, necessariamente diversi. E lo siamo tutti insieme.
Come scrive Boris Makarenko: “In una convivenza bisogna concentrarsi su ciò che ci lega ai vicini, non su ciò che scava fossati.”

Quindi, alla fine, lupo o pecora non sembra essere poi così importante, come ci ricorda anche MacLeod: “Va bene comportarsi come una pecora… ma solo finché ci si comporti come una pecora eccezionale.”

Le pecore clonate lasciamole a chi non ha né immaginazione né personalità. Quelli che sembrano divertirsi a recitare ruoli scontati e banali ripetendo all’infinito la stessa logora e monotona battuta: “Io, io, io, io!”
C’è forse qualcosa di più noioso da sentire?!





Lara

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