venerdì, 21 marzo 2008, ore 19:14
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, vita, animali, diritti, societĂ 



questa sera voglio svelarvi una verità che io reputo fondamentale: il grado di civiltà di un essere umano si misura in base al rispetto che mostra nei confronti degli animali.
Diffidate da chiunque non difenda ugualmente i diritti degli animali e quelli delle persone.

Non credete a chi parla di esseri superiori e inferiori: siamo tutti esseri viventi, membri della stessa famiglia.
Per favore, non accettate l'ignoranza che nega questa semplice verità. Non accoglietela mai nella vostra vita.

Vorrei che le mie lacrime oggi avessero il potere di affrancarvi dal dolore che genera questa incomprensibile ignoranza e al contempo di impedirvi, un lontano giorno, di esserne inconsapevoli portatori.

 
Animals and children tell the truth they never lie
The Animal Song, Savage Garden



Credits: Photo by Carf


Ti è piaciuto questo post? Condividilo! :)



domenica, 11 novembre 2007, ore 22:03
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, lavoro, nuove prospettive

La "sindrome del lunedì", come superarla?
Al caldo, tra le coperte, il suono della sveglia è un trauma dal quale fatichiamo a riprenderci, soprattutto il lunedì mattina.

Quali sono le cause che decretano l'incredibile impopolarità del primo giorno della settimana?
Siamo forse vittime delle quattro debolezze mentali di cui parla Shane Magee in un suo articolo apparso su Lifehack.org?

Una breve analisi delle motivazioni inconsce che condizionano il nostro rapporto con il lunedì e alcuni consigli per superare l'antipatia!

Per saperne di più leggete  Come sopravvivere al lunedì mattina.



Credits photo: FreeWine

P.link ¦ commenti ¦ commenti (popup)

Ti è piaciuto questo post? Condividilo! :)



domenica, 14 ottobre 2007, ore 10:55
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, comunicazione, pubblicitĂ , girovagando sul web

La pubblicità vuole vendere. Da sempre il suo obiettivo è imbambolarci con modelle, coppie perfette, macchine potenti, un’idea di bellezza, eleganza, successo che relega la maggior parte di noi in quel rigagnolo di cui parlava Oscar Wilde in un celebre aforisma.

We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars.
Siamo tutti nel rigagnolo, ma alcuni di noi guardano le stelle.

E chi di noi guarda le stelle? La pubblicità è davvero quel brutto mostro che si imbelletta mattina, pomeriggio, sera per ingannarci? Il rossetto della magrezza, l’ombretto della celebrità, il fard della giovinezza?

Visitando il blog di Maurizio Goetz dedicato al “Margeting usabile”, qualche tempo fa avevo letto la notizia del nuovo spot della Dove, l’ultimo di una serie dedicati all’autostima delle donne, in particolare delle adolescenti. Mi ero appuntata il post ripromettendomi di parlarne prima o poi. Ed ora eccomi qua.

Anch’io lavoro nel campo della pubblicità, più precisamente del web marketing, una pubblicità diversa da quella sulle riviste o in televisione, ma pur sempre pubblicità. Il suo intento è catturare l’attenzione del potenziale acquirente, far vendere un particolare prodotto, inutile affermare il contrario.

Non penso, però, sia il fine a dover essere deprecato, quanto il modo.
Una nuova scuola di marketing afferma che per vendere bisogna puntare principalmente su tre soggetti, veri e propri magneti cattura-attenzione: donne, bambini e cuccioli. Le donne perchè stimolano la fantasia (soprattutto degli uomini), i bambini e i cuccioli perché trasmettono tenerezza e inducono l’utente ad una maggiore apertura verso il prodotto.

Ormai l’uso delle donne nella pubblicità è endemico: le vediamo dovunque, perlopiù mezze nude (altrimenti come si stimola la fantasia?!!), si spogliano nel bel mezzo di uno spot che pubblicizza silicone per interni contro ogni logica, ma seguendo alla lettera le regole del marketing.

È questa la pubblicità? Questo il modo di vendere un prodotto? Riecco emergere Oscar Wilde con le sue acute riflessioni: siamo davvero tutti nel rigagnolo, ma qualcuno volge lo sguardo verso l’alto.

La pubblicità, come afferma Goetz nel suo interessante blog, è comunicazione, è innovazione. Ed ecco che Dove lo sta dimostrando con un messaggio che va controcorrente e con un progetto, il fondo Dove per l’autostima, che offre basi concrete alla retorica di belle parole già pronunciate.

Quelli della Dove non sono dei benefattori, il loro intento è quello di vendere un prodotto, come lo è di qualsiasi azienda, ma hanno scelto di farlo in modo diverso, di puntare sulle persone e sul loro benessere.

Questa, come tante altre, è un’operazione di marketing, ma bisogna rendere merito al marketing che si vuole distinguere, che prova ad essere intelligente.

Vi ricordate il primo spot che passò in televisione e presentava il progetto Dove?

 

 

Negli anni l’azienda ha continuato a promuovere la sua iniziativa mostrando l’inconsistenza della bellezza e di tutte quelle società che la promuovono.
Perché si dice sia retorica affermare che la bellezza sia prima di tutto una qualità interiore, eppure non è superficialità credere il contrario?

 

 

Siamo così abituati a veder strumentalizzare il corpo delle donne, la loro presunta bellezza, le curve, la snellezza, da dimenticarci che senza trucco, senza dieta, palestra, senza un programma di fotoritocco siamo tutti esseri umani. Chi biondo, chi castano, chi magro, chi robusto, chi alto, chi basso. Siamo tutti diversi, ma per alcune aziende grazie ai loro prodotti potremmo tutti assomigliare all’emblema di bellezza che, al momento, va di moda.

 

 

Molte pubblicità che ci sorbiamo oggi sono un vero e proprio insulto all’intelligenza di uomini e donne. Uomini che vengono descritti come incapaci di controllare pulsioni primordiali e donne incoronate regine della superficialità e della menzogna.

Ci sono tanti modi per promuovere i propri prodotti, basta avere il coraggio di esplorare nuove strade, di dare un calcio a vecchi preconcetti che danneggiano anche le nuove generazioni.
Le persone non sono stupide, ma troppo spesso fa comodo che lo siano. L’acquirente attento è anche un acquirente scomodo perché valuta i pro e i contro di un prodotto, non lo compra a scatola chiusa. E non si lascia ingannare da facili promesse di una pubblicità estetica che vuole ingannare la vecchiaia e omologare ogni differenza.

Diciamocelo pure, la pubblicità è quasi sempre la fastidiosa interruzione di un programma o un film che stavamo guardando in tv, di un articolo che stavamo leggendo su una delle tante riviste patinate, ma basterebbe poco per renderla più interessante, stimolante e adatta ad una società che vuole crescere ed evolversi.

Radicarla, come si fa oggi, a pregiudizi, mode effimere e idee discriminatorie è un delitto verso ogni speranza di un futuro diverso e migliore rispetto all’insipido e retrogrado presente a cui ci siamo incatenati.

Lara



Ti è piaciuto questo post? Condividilo! :)



venerdì, 28 settembre 2007, ore 20:33
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, pace, birmania, libertĂ 

Hanno dovuto sparare per dimostrare quanto sono cattivi.

Oggi, in solidarietà del popolo birmano avremmo dovuto indossare qualcosa di rosso. Mi spiace averlo saputo troppo tardi, quando ormai ero uscita di casa vestita come al solito, senza che i colori nascondessero un qualche significato simbolico.

Anche se non vestita di rosso, sono comunque solidale con un popolo che sta soffrendo per riacquistare la propria libertà, con il loro sentimento di disperazione e di speranza.
So che sono anni che la Birmania è sottomessa ad una dittatura militare. So che molti dei suoi abitanti sono stati costretti a fuggire dal loro paese per rifugiarsi in stati come la Thailandia che non li vogliono e li sfruttano.
Ho letto queste cose sui giornali, le ho viste in alcuni documentari trasmessi in seconda serata. Posso dire che so qualcosa di quel paese senza, in realtà, saperne nulla.
Non so nulla della storia della Birmania, della sua cultura, delle persone che ci abitano e di quelle che ne sono fuggite.

Anni fa avevo ascoltato la canzone degli U2, Walk on, dedicata alla dissidente politica Aung San Suu Kyi, ignorando completamente il dramma che stava colpendo un paese di cui fino a quel momento non conoscevo neppure il nome.

Ogni giorno si consumano drammi di ogni sorta in ogni parte del mondo. Forse è ipocrita mettersi la mano sul cuore adesso e dire: “Sono solidale con il popolo birmano”.
L’ho pensato perché se i monaci buddisti non avessero preso posizione tutto sarebbe rimasto nel silenzio. Eppure, so anche che ogni nostra azione è sempre vincolata dalla realtà che si vive e dalle possibilità oggettive di riuscita.

È un dramma che viviamo continuamente: ci sono tante cose su cui vorremmo intervenire, piccole e grandi, ma non tutti sono nati per sopportare il prezzo di grandi gesti. Non siamo tutti grandi uomini con grandi ideali per cui combattere. Perlopiù la nostra vita è costellata da piccoli ideali per i quali facciamo del nostro meglio.

Tante volte di fronte al dolore di un altro essere umano si prova il desiderio di oltrepassare la distanza che ci divide, di tuffarsi nel teleschermo per ritrovarci all’altro capo del mondo e asciugare le lacrime di un bambino, una ragazza, dei genitori, dei nonni che hanno perso qualcosa che amavano disperatamente.

Vorresti essergli accanto per dirgli che andrà tutto bene, che alla fine trionferanno la pace e la giustizia. Vorresti andare tu stessa di fronte a quei soldati che sparano senza capire, senza pensare, senza soffrire e avere il potere di fermare il tempo, le pallottole, la violenza, il dolore.

Vorresti poter colmare il vuoto, riportare i morti in vita, fermare i carnefici e salvare le vittime.
Vorresti essere dove c’è veramente bisogno di te e fare la differenza.

Ma non puoi. E allora non ti resta che guardare quelle persone che non conosci, quel dolore che non ti appartiene e pensare nel tuo piccolo, agire nel tuo piccolo.

Forse questo non farà la differenza, ma nella società malata di disuguaglianza e indifferenza in cui viviamo penso che anche semplici parole, soprattutto semplici parole, facciano la differenza.

Parole come queste e queste.

Anch’io oggi e sempre sono con il popolo birmano e con tutti i popoli e le persone oppresse di questo mondo.



Credits photo: Tranuf
Titolo: Mingâlaba

Lara

PS/ La coccarda in solidarietà della Birmania è un'idea di daguanno.it


Ti è piaciuto questo post? Condividilo! :)



martedì, 25 settembre 2007, ore 21:49
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, girovagando sul web, introverso

Dato che mi piace leggere, ne leggo sempre di tutti i colori. Leggere mi rilassa e non potrei rinunciarvi per niente al mondo. Non sono così diplomatica come sembro: ci sono cose per le quali lotterei con le unghie e con i denti e quello che amo rientra tra queste cose.

Dato che mi piace sia leggere che scrivere, spesso mi capita di citare qualcosa che ho letto e che mi ha ispirata, provo anche a mettere in pratica dei consigli carpiti qua e là e non mi do per vinta finché capisco che è davvero finita.

Spesso visitiamo blog, leggiamo articoli, post, pensieri di persone a noi del tutto estranee e alle parole di qualcuno ci affezioniamo persino. È la misteriosa legge dell’attrazione a guidarci verso l’ignoto. E ogni tanto l’ignoto ci mostra un riflesso di noi stessi a dir poco sorprendente!

Oggi, ad esempio, mi è capitato di leggere un articolo di Jonathan Rauch sul sito The Atlantic.com attirata dall’insolito titolo “Caring for your introvert” (prendersi cura del proprio introverso. Sottotitolo: le abitudini e i bisogni di un gruppo poco compreso).
Il succo dell’articolo? L’autore si è definito un introverso e si è lanciato in una bella e interessante descrizione dei privilegi e dei drammi dell’essere una persona introversa.
Badiamo bene, come sottolinea anche l’autore, non ho detto timida o asociale, ho semplicemente detto introversa.

Qual è la differenza? Ad un introverso non ho certo bisogno di spiegarla, ad un estroverso invece consiglio di leggere l’articolo di Rauch e di farne tesoro!
Anch’io come l’autore mi proclamo un’introversa e sottoscrivo il 99% del suo articolo.
Leggerlo è stato liberatorio, scoprire nelle parole di un’altra persona un pezzo di te stessa che non eri mai riuscita a spiegare né tantomeno a far capire mi ha procurato una piacevole sensazione di sollievo.

Ecco, mi sono detta, ecco tutto quello che avrei voluto inculcare nella testa di quei zucconi che per anni mi hanno etichettata ora timida, ora scontrosa, ora asociale.
L’essere introversi non è una malattia!
Per anni mi sono sentita stigmatizzata per un carattere che non mi ero di certo scelta, ma faceva parte di me. Per anni ho sentito le mie stesse lamentele da altri introversi e col tempo ho imparato ad ignorare le critiche e i consigli sul come essere e agire.

Molti pensano che gli introversi siano persone deboli, incapaci di relazionarsi con gli altri, li vogliono “aiutare” e li spronano “a tirare fuori il carattere”, a “buttarsi nella mischia”. Non capiscono che il carattere è qualcosa di personale e ci sono modi e modi per farsi valere ed esprimere se stessi.

È una verità che ogni bambino introverso impara ben presto: la società non vuole persone introverse, non sa cosa farsene e così le incita a rinnegare il proprio carattere, i propri bisogni per altri che reputa migliori e più desiderabili.

E’ questo il messaggio che mi è stato trasmesso sia a scuola che nella vita di tutti i giorni: devi parlare, interagire, essere al centro dell’attenzione anche solo per pochi secondi. Non rimanere in silenzio, non parlare di cose interessanti, non li fare sentire in imbarazzo con la tua incapacità di rincorrere gli argomenti.

Il mondo è nelle mani degli estroversi, è palese, sono loro ad avere successo, a far carriera, a cogliere le opportunità migliori… o perlomeno questo è quello che vogliono farci credere.
Il peggior difetto di un introverso? Essere quello che “non è di moda”.

Il peggior difetto di un estroverso? Il non riflettere veramente su quello che dice o fa. Se una persona è sempre in movimento pretenderà che il mondo si muova con lei e darà il tormento a tutto quello che a suo dire è statico, privo di vita.

Eppure basterebbe così poco per andare d’accordo! Se si prestasse attenzione si scoprirebbe che un introverso non è una persona che non parla, ma una persona che misura le parole, ne spende di meno rispetto ad un estroverso ed è un formidabile ascoltatore.
Se quest’ultimo, infatti, ascoltasse più attentamente i discorsi di un introverso capirebbe che la distanza che li separa non è un abisso e, forse, di fronte al silenzio smetterebbe di scappare inorridito.

Per favore, sfatiamo il mito che gli introversi siano persone timide, asociali e incapaci di relazionarsi con gli altri!
E smettiamola di invidiare chi la società vorrebbe farci emulare ad ogni costo!

Introversi o estroversi, alla fine comunichiamo tutti. E se proprio vogliamo dirlo, odiamo il silenzio solo quando siamo incapaci di ascoltare.




Lara

P.link ¦ commenti ¦ commenti (popup)

Ti è piaciuto questo post? Condividilo! :)