domenica, 17 febbraio 2008, ore 17:13
scarabocchiato da shiningarden in poesie, scrivere, vita, pace, diritti


Ai tempi della scrittura della tesi di laurea mi capitò di leggere questa poesia che poi decisi di includere nel testo come rappresentazione artistica del legame che ancora oggi unisce i contadini del Terzo Mondo alla terra e ai semi.

Si tratta di una poesia palestinese che condanna lo sfruttamento e la violenza stringendosi attorno al più semplice e antico significato della vita.

Oggi ho deciso di pubblicarla qui perché a distanza di un anno, quando mi capita di rileggerla, la sento ancora “viva”, come se fosse appena uscita dalla penna del poeta.


I custodi dei semi

Bruciate la nostra terra
bruciate i nostri sogni
gettate acido sui nostri canti
coprite di polvere
il sangue della nostra gente massacrata
coprite con la vostra tecnologia
le voci di tutto ciò che è libero
selvatico indigeno.
Distruggete
Distruggete
la nostra erba e il nostro suolo
radete al suolo
ogni fattoria e ogni villaggio
costruiti dai nostri antenati
ogni albero, ogni casa
ogni libro, ogni legge
tutto ciò che è giusto e armonioso.
Con le vostre bombe spianate ogni vallata
con le vostre imposizioni
cancellate il nostro passato,
la nostra letteratura, la nostra metafora.
Spogliate le foreste
e la terra
fino al punto che nessun insetto
nessun uccello
nessuna parola
possa più provare un posto per nascondersi.
Fate tutto questo e anche di più.
Non ho paura della vostra tirannia
non mi dispererò mai
perché conservo un seme
un piccolo seme vivente
che custodisco
e pianterò di nuovo.


** L'immagine è di gonzalo_ar


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venerdì, 28 settembre 2007, ore 20:33
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, pace, birmania, libertĂ 

Hanno dovuto sparare per dimostrare quanto sono cattivi.

Oggi, in solidarietà del popolo birmano avremmo dovuto indossare qualcosa di rosso. Mi spiace averlo saputo troppo tardi, quando ormai ero uscita di casa vestita come al solito, senza che i colori nascondessero un qualche significato simbolico.

Anche se non vestita di rosso, sono comunque solidale con un popolo che sta soffrendo per riacquistare la propria libertà, con il loro sentimento di disperazione e di speranza.
So che sono anni che la Birmania è sottomessa ad una dittatura militare. So che molti dei suoi abitanti sono stati costretti a fuggire dal loro paese per rifugiarsi in stati come la Thailandia che non li vogliono e li sfruttano.
Ho letto queste cose sui giornali, le ho viste in alcuni documentari trasmessi in seconda serata. Posso dire che so qualcosa di quel paese senza, in realtà, saperne nulla.
Non so nulla della storia della Birmania, della sua cultura, delle persone che ci abitano e di quelle che ne sono fuggite.

Anni fa avevo ascoltato la canzone degli U2, Walk on, dedicata alla dissidente politica Aung San Suu Kyi, ignorando completamente il dramma che stava colpendo un paese di cui fino a quel momento non conoscevo neppure il nome.

Ogni giorno si consumano drammi di ogni sorta in ogni parte del mondo. Forse è ipocrita mettersi la mano sul cuore adesso e dire: “Sono solidale con il popolo birmano”.
L’ho pensato perché se i monaci buddisti non avessero preso posizione tutto sarebbe rimasto nel silenzio. Eppure, so anche che ogni nostra azione è sempre vincolata dalla realtà che si vive e dalle possibilità oggettive di riuscita.

È un dramma che viviamo continuamente: ci sono tante cose su cui vorremmo intervenire, piccole e grandi, ma non tutti sono nati per sopportare il prezzo di grandi gesti. Non siamo tutti grandi uomini con grandi ideali per cui combattere. Perlopiù la nostra vita è costellata da piccoli ideali per i quali facciamo del nostro meglio.

Tante volte di fronte al dolore di un altro essere umano si prova il desiderio di oltrepassare la distanza che ci divide, di tuffarsi nel teleschermo per ritrovarci all’altro capo del mondo e asciugare le lacrime di un bambino, una ragazza, dei genitori, dei nonni che hanno perso qualcosa che amavano disperatamente.

Vorresti essergli accanto per dirgli che andrà tutto bene, che alla fine trionferanno la pace e la giustizia. Vorresti andare tu stessa di fronte a quei soldati che sparano senza capire, senza pensare, senza soffrire e avere il potere di fermare il tempo, le pallottole, la violenza, il dolore.

Vorresti poter colmare il vuoto, riportare i morti in vita, fermare i carnefici e salvare le vittime.
Vorresti essere dove c’è veramente bisogno di te e fare la differenza.

Ma non puoi. E allora non ti resta che guardare quelle persone che non conosci, quel dolore che non ti appartiene e pensare nel tuo piccolo, agire nel tuo piccolo.

Forse questo non farà la differenza, ma nella società malata di disuguaglianza e indifferenza in cui viviamo penso che anche semplici parole, soprattutto semplici parole, facciano la differenza.

Parole come queste e queste.

Anch’io oggi e sempre sono con il popolo birmano e con tutti i popoli e le persone oppresse di questo mondo.



Credits photo: Tranuf
Titolo: Mingâlaba

Lara

PS/ La coccarda in solidarietà della Birmania è un'idea di daguanno.it


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