domenica, 21 ottobre 2007, ore 10:37
scarabocchiato da shiningarden in blog, internet, comunicazione, diritti, creativitĂ , libertĂ 

Amate scrivere e siete italiani? Beh, complimenti, avete appena vinto alla lotteria del governo italiano che vuole elevarvi tutti al rango di editori!

Come? Semplice: con il disegno di legge Levi-Prodi che da blogger e webmaster qualunque vi trasformerà, non necessariamente ma probabilmente, in veri e propri editori.

Un altro come si forma sulle vostre labbra?
Anche questo molto semplicemente: basterà registrarsi al ROC, il registro dell’Autorità delle Comunicazioni, pagare bolli, tasse ed essere felici di essere “autorizzati” a scrivere e condividere le vostre idee.

Geniale, vero? È stato il mio primo pensiero. Hum, che dite, lo potrò scrivere? In attesa che il ddl venga approvato non sono ancora una pericolosa criminale, ma se il ddl passasse… che ne sarà della libertà a cui Internet ci ha abituati? Che ne sarà di blog e siti come Shiningarden?

Ha ragione Beppe Grillo quando dice che “ci vogliono tappare la bocca”?
Gli egregi signori al governo forse avrebbero bisogno di riprendere la Costituzione Italiana in mano e rivedersi i suoi famigerati articoli. Peccato che, al contrario dell’inno italiano, nessuno si indigni se i principi fondamentali e i diritti e doveri dei cittadini vengano ogni volta ignorati da chi dovrebbe proteggerli e promuoverli.

Ogni governo italiano, di destra o sinistra che sia, si diverte a considerarci un branco di idioti assuefatti ai reality show e vittime del populismo.
Gli stranieri ancora pensano che l’Italia sia il paese di “pizza, mafia e mandolino”. E chi ne fa le spese? Non certo i politici di professione che ancorati alla loro poltrona ci considerano ora un branco di cogl***, ora un esercito di bamboccioni.

E non sono neppure tutti quelli che amano seguire le mode e sguazzano felicemente nello stereotipo pur disprezzandolo. Chi ci rimette sono sempre i cittadini di serie B, quelli che hanno una coscienza civica e sociale, quelli che pensano quale strada imboccare quando si trovano ad un bivio. Quelli che in Internet hanno trovato un valido mezzo di espressione.

Dalle risposte che il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Franco Levi, ha fornito alle varie domande di giornalisti e non in merito al ddl, si percepisce l’intento di placare gli animi, di tranquillizzare sul fatto che non si ha interesse “a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile”.
Ah no? E chi lo decide in quale categoria rientra un sito o un blog? Il ROC? Della serie “se sei un bravo bambino e non disturbi gli adulti allora ti lasciamo giocare, altrimenti finisci in castigo”?!!!

E poi questo “non sarebbe praticabile”? Che cosa sottintende? Che se lo fosse si presenterebbe un bel ddl su misura?

Stiamo imboccando una pericolosa strada senza uscita, guidati da persone vecchie che non capiscono, né vogliono farlo, i cambiamenti della società.

Si pensa che meno paghi una cosa e meno le attribuisci valore, ma è sano che siano sempre e solo i soldi a conferire importanza alle cose?

Internet fa paura, ecco il punto. Fa paura ai politici, alle case discografiche, agli editori… fa paura a tutti quelli che per anni sono stati abituati a mangiarsi 3/4 della torta lasciandone le briciole al resto della popolazione.

A chi è ricco la ricchezza degli altri fa paura.

Se volete saperne di più sul ddl Levi-Prodi leggete:

Articolo su La Stampa
Articolo su la Repubblica
Blog di Beppe Grillo
Lettera del sottosegretario Riccardo Franco Levi

Se pensate che sia un disegno di legge assurdo e dannoso per la libertà su Internet firmate la petizione online.

E poi, male che vada, come ha scritto Grillo, ci trasferiremo tutti su server stranieri e andremo a cercare la democrazia altrove.
Povera Italia, non se lo merita di certo un destino del genere, ma chi li ascolta i cittadini di serie B?!
Nessuno, ecco perché decidono di emigrare, anche solo virtualmente.

Per questa volta.




Lara

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sabato, 25 agosto 2007, ore 23:13
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, vita, film, creativitĂ 

Come un film, una canzone, un’immagine influenzano la nostra vita?
Apparentemente in modo temporaneo e superficiale come un sasso che facciamo saltellare sull’acqua: forma cerchi concentrici, increspa la superficie e poi affonda e viene dimenticato.

Spesso se si dice: “Questa canzone mi ha cambiato la vita! Questo film è stato una rivelazione!” sono molti gli sguardi dubbiosi che si suscitano. “Esagerato!”, è la risposta che più frequentemente si ottiene. Come possono un film o una canzone o una qualsiasi opera d’arte toccarci a tal punto da scatenare un cambiamento dentro di noi? Sembra assurdo.

Si pensa che siano solo le persone che incontriamo, quelle che amiamo, le situazioni che viviamo a condizionarci e trasformarci, non di certo cose lontane e in apparenza prive di personalità come fotografie, dipinti, canzoni.

Sembrano convinzioni così logiche che non sono, però, mai riuscite a convincermi della loro incontestabile bontà. Voglio dire: l’arte è davvero così sterile dal punto di vista esistenziale? È davvero incapace di andare oltre un pugno di emozioni superficiali e temporanee?

Io penso il contrario. Credo che l’arte sia molto di più e qualche mese fa leggendo un articolo che parlava di Cinematerapia ho scoperto che mentre la mia intuizione si era fermata a una semplice contestazione dell’idea corrente, altri avevano dato vita ad una nuova disciplina in cui film e crescita personale si coniugavano senza forzature né inganni.

L’articolo era poi stato sepolto nella mia memoria, ma poche settimane fa è riemerso inaspettatamente e mi sono detta che mi sarebbe piaciuto parlarne in un post.
Ho visitato il sito ufficiale della Cinematerapia nel quale si spiega nel dettaglio di cosa si tratta e si parla delle sue origini, delle applicazioni e dei benefici.
Citando il sito: “La Cinematerapia si avvale del potente effetto evocativo, simbolico e allegorico delle immagini filmiche (analogamente a quanto facevano e fanno ancora le favole, i miti, le leggende, i sogni notturni, ecc.) per comporre ed elaborare le emozioni grezze in processi complessi che hanno la finalità stimolare nell'individuo lo sviluppo di nuove competenze, la realizzazione dei propri progetti profondi e agevolare il suo cammino esistenziale.”

Alla fin fine è tutto un gioco di emozioni, intuizioni e misteri sepolti in noi, ma non impossibili da scovare.
È innegabile che si possa essere colpiti da qualcosa e spiegare semplicemente la propria emozione con un “il film era molto bello”. Nessuno ci chiederà di andare tanto oltre la prima impressione.
Lo stesso vale per le canzoni, le immagini e qualsiasi opera d’arte: possiamo essere toccati nel profondo da qualcosa che vediamo e considerarlo nient’altro che “bello, fantastico, meraviglioso”. In fondo, la bellezza non colma tutte le possibili spiegazioni che possiamo trovare alle nostre emozioni di gioia? E il suo contrario, la non-bellezza, tutte quelle che riguardano la paura, il fastidio, l’irritazione?

La Cinematerapia dice esattamente l’opposto: se si vuole si può scavare e trovare qualcosa di molto interessante sotto la superficie. Forse, se siamo fortunati, troveremo persino il vero motivo per cui qualcosa è stato in grado di arrivare al nostro cuore e scuotere la nostra consapevolezza. Ma deve importarci, naturalmente.

Per fare due esempi: anni fa mi era capitato di sentire una conversazione tra due estranei, parlavano del film “City of Angels” e uno disse all’altro che quel film gli aveva mostrato una realtà che fino a quel momento lui non aveva mai veramente preso in considerazione. “Noi possiamo davvero scegliere”, aveva detto il tipo e l’amico era scoppiato in una moderata risata. “Certo che possiamo!”, gli aveva risposto bonario.
A quanto pare l’ovvietà delle cose non è poi così ovvia per la nostra coscienza.
Il secondo esempio, invece, me lo fornisce un’amica. Dopo aver visto un film la sera prima, me ne racconta brevemente la trama e poi rivela: “Mi ha colpita tantissimo. È come se fossi riandata indietro nel tempo, alle cose che per me sono davvero importanti. Non so come abbia fatto, ma mi ha ridato una visione lucida su di me e su quello che voglio dalla mia vita.”

Inconsapevolmente, ci sono corde in noi stessi che l’arte riesce a far vibrare. Basta rimanere in silenzio e tendere l’orecchio per sentire il flebile suono di una musica mai sentita. È la nostra e sono stati quell’immagine, quella canzone, quel film a toccare le corde rivelatrici della sua silenziosa presenza.
Forse è vero che l’arte non cambia la vita, forse siamo noi a voler cambiare e aspettiamo solo un cenno, una parola, uno sguardo per raccogliere il coraggio e saltare nel buio.

Qualche mese fa, mentre mi riprendevo da un’influenza, libri e TV erano diventati i miei migliori amici. Annoiata facevo zapping senza speranza, guardavo anche programmi che di solito ignoro: telefilm, repliche, documentari, talkshow, cartoni animati, video e programmi di ogni tipo su MTV. Raramente seguivo qualcosa tanto a lungo da sapere come andava a finire. Un giorno mi sono fermata qualche istante su italia1 e ho visto che stavano trasmettendo un cartone. All’inizio mi aveva lasciata del tutto indifferente, ma dato che non c’era nient’altro da guardare, avevo abbandonato il telecomando e seguito la storia.
Alla fine mi sono lasciata catturare dalla trama e per i giorni che mi separavano dalla completa guarigione il cartone animato in questione diventò un vero e proprio appuntamento giornaliero.
Non sono mai stata un’appassionata di manga o anime, ma credo ci sia una prima volta per tutto! In particolare c’è un personaggio che mi ha colpito nel cartone nonostante lo abbia visto in una sola puntata.

Può anche non voler dire niente, certo, ma la Cinematerapia insegna che “serve il coraggio di andare oltre l'ovvio, il convenzionale, oltre l'apparente logicità dei percorsi razionali e accettare di immergersi nell'oceano delle proprie emozioni profonde e autentiche.”
Così, quando per caso mi è capitato di vedere alcuni spezzoni del cartone animato su YouTube ho capito che niente ci colpisce in modo fortuito. E se qualcosa vuole essere scoperto, allora perché non accettarlo e magari dargli una mano?!

Ad ogni modo, se il discorso sulla Cinematerapia vi ha interessato potete visitare il sito www.cinematerapia.it in cui troverete molte informazioni sul progetto e sul suo significato.

Sicuramente l’arte non può cambiare nulla di noi stessi e della nostra vita se noi non vogliamo, ma può farci sentire che è arrivato il momento di cambiare. E alle volte lo fa così dolcemente, così splendidamente che la caccia al tesoro di noi stessi si rivela essere un’avventura appassionante e persino divertente!



Credits disegno: magickmaster
Titolo: Hinata
Lara


PS/ Per onore di cronaca il cartone animato, o meglio anime, di cui ho parlato nel post è Naruto e il personaggio è quello di Hinata per chi sapesse di chi sto parlando.


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domenica, 12 agosto 2007, ore 22:16
scarabocchiato da shiningarden in pensieri, scrivere, ricordi, film, video, creativitĂ , girovagando sul web, persepolis

Sin da piccola mi è sempre piaciuto disegnare: all’asilo era uno dei miei passatempi preferiti.
Non appena potevo mi accaparravo un foglio di carta, una matita, i colori e un posticino in uno dei minuscoli banchi colorati della classe.

Ben presto, non appena mia madre mi salutava per andare al lavoro, presi l’abitudine di correre verso i fogli, le matite e il mio posto colorato. All’inizio ero sola, poi una bambina mi chiese se poteva disegnare con me e il momento del disegno libero divenne ancora più bello.

Ogni mattina ci ritrovavamo e disegnavamo insieme, senza vincoli né imposizioni. Stavamo imparando a diventare amiche e mi divertivo, non pensavo di fare nulla di male.
Poi, un giorno vidi avvicinarsi a noi una maestra. Pensavo volesse ammirare i nostri capolavori (!) e invece scorsi una luce di rimprovero nei suoi occhi e le sue parole mi trafissero come un arpione: “Adesso basta. La volete smettere di sprecare fogli? Andate a giocare fuori, con gli altri.”

Perché ho raccontato questo insignificante episodio della mia infanzia? Perché ieri sera, dopo tanti anni, il ricordo è riaffiorato mentre guardavo il trailer di Persepolis, il fumetto di Marjane Satrapi oggi divenuto film grazie al contributo di Vincent Paronnaud.

Nelle immagini del fumetto e del film ho nuovamente percepito la libertà che mi aveva contraddistinto da bambina quando disegnare era la mia massima aspirazione e le parole non avevano ancora colpito la mia fantasia.

Di certo il disegno non era la mia vocazione, ma in quel periodo era una delle cose che amavo di più e, anche se dopo l’episodio con la maestra non fu più la stessa cosa, continuai a disegnare per conto mio, come solo una bambina è capace di fare.

Curiosando sul myspace del film ho visto diversi filmati interessanti sulla sua produzione e ascoltato la colonna sonora, un vero tocco di originalità nel riadattamento della canzone che fu già colonna sonora di un altro film di successo, Rocky III.
Su YouTube, invece, mi sono imbattuta nella presentazione del fumetto. La inserisco qui sotto perché l’ho trovata particolarmente esplicativa del messaggio di Persepolis.



Penso ci siano tanti modi per avvicinarsi alla propria verità e tanti per esprimerla. Alcuni ci uniranno e altri ci divideranno, fa parte del gioco.
Non so se Persepolis uscirà anche nei cinema italiani, non ho trovato notizie a riguardo, però sarebbe un vero peccato perderselo.

In Francia è uscito il 27 giugno e qui in Italia è stato presentato al Giffoni Film Festival con qualche protesta, come si poteva immaginare. In fondo, c’è sempre qualcuno che si sente offeso dalla verità personale di un’altra persona, anche questo penso faccia parte del gioco.

Aspettando tempi migliori, segnalo un sito francese sul quale è possibile vedere in anteprima tre spezzoni tratti dal film.

E per ricordarci il vero spirito di opere come Persepolis, che non condanna e non assolve nessuno, ma racconta semplicemente una storia personale, cito alcune parole della stessa Marjane Satrapi tratte dal fumetto:

Ho capito fino in fondo che se non ero integrata con me stessa non mi sarei mai potuta integrare.

Lara

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sabato, 28 luglio 2007, ore 21:30
scarabocchiato da shiningarden in pensieri, scrivere, riflessioni, vita, creativitĂ , felicitĂ 

Alle volte basta poco, un’osservazione, alcune parole buttate a caso che guidano le mani verso finestre ancora chiuse e impolverate, persiane sprangate che le braccia aprono con un gesto deciso. È l’invito al sole perché condivida con le tenebre il regno della stanza. All’aria fresca perché spazzi via la polvere. Alle nuove idee perché scuotano una mente addormentata dal quotidiano.

Ieri Shiningarden ha compiuto 5 anni e proprio ieri mi sono chiesta: una volta piantato, un seme rimane un seme? Una volta cresciuto, un seme rimane un seme? Una volta colto, un seme rimane un seme?
Il seme che diventa albero e poi frutto… rimane sempre seme?

Ho pensato a questi 5 anni del sito, agli ultimi 5 anni della mia vita, ho riletto l’e-mail di un’amica che sento sporadicamente e la sua emblematica domanda: “Are you happy?”
Mi ha colpito, di solito si chiede “come stai?” e si spera che il nostro interlocutore non approfitti della domanda per imbarcarsi in un monologo sulle disgrazie della propria vita!
E invece la domanda che mi è stata rivolta era: sei felice?

Che cosa si risponde ad una domanda del genere? Ci si aggrappa al momento presente per giudicare la propria vita? O si amplia l’orizzonte e si guardano i cambiamenti intervenuti nel corso del tempo?
Le ricorrenze in fondo servono a conferire un ritmo cadenzato allo scorrere di minuti, ore, giorni e anni che potrebbero anche scivolarci addosso senza segnarci più di tanto.

Personalmente ho appuntato sulla mia agenda personale, quella che la mente conserva e il cuore ricorda, tutti gli avvenimenti più importanti della mia vita, quelli che nella gioia come nella tristezza mi hanno accompagnata e cambiata.
Non sono più la stessa persona di 5 anni fa e così mi sento di dire per Shiningarden.

Il seme è stato piantato, bagnato e curato e ora che è cresciuto mi chiedo: quanto seme è rimasto in questo giovane albero? E quanto ne rimane nei suoi ancora acerbi frutti?
Era l’inizio del 2002 quando io e Marta abbiamo pensato che, forse, sì, forse avremmo potuto creare un sito, uno spazio per noi e gli altri nell’infinito e anonimo mondo di Internet. Era un modo per emergere, per alzare la mano e rispondere: “Sì, ci sono. Presente!”
 
A posteriori è stato anche un modo per rispondere ad una delle domande più insidiose della vita: quanto credo in me stessa e nei miei progetti? Quale valore do ai miei sogni? Per cosa vale la pena lottare e cosa, invece, posso lasciarmi alle spalle?

Nessuna idea vale la pena di essere sviluppata finché non la si sviluppa. Nulla vale la pena di essere vissuto finché non ci capita di viverlo.
È il valore dell’esperienza, quindi, a conferire valore alle nostre scelte? Non è quello che avremmo voluto fare, la destinazione che avremmo voluto raggiungere, quanto quello che abbiamo fatto, il viaggio intrapreso a dimostrarci chi siamo e cosa siamo in grado di fare?

Shiningarden è nato dalla passione per la scrittura, una passione che ancora oggi guida i passi del sito e trasforma noi come persone. Non è quello che diciamo o come lo diciamo, ma la spinta che ci impedisce di rimanere in silenzio a conferire valore alle nostre parole.
Scrivere non è semplice e chi ama la scrittura e si sente scrittore nello spirito (scrittore, non letterato badiamo bene!) lo sperimenta ogni giorno nell’amore-disperazione che lo accompagna.

Nelle parole di una cara amica: “Writing a story is not so easy... you have to write it! You have to put some words together and make a whole sentence to make sense. But that's not the end. You have to put that sentence beside another one and, if you're lucky, they'll make sense together. That's not the point, though. The point is to write something you feel, to write something that comes from your heart, to write something that makes you feel full.” [1]
Scrivere, come dice Emma, non è solo un gesto tecnico o di stile, è anche questo ma non solo.

Scrivere è un caleidoscopio di motivi che spingono una persona ad amare le parole, il loro significato, l’emozione che si prova mentre le frasi si legano l’una all’altra e i pensieri si fissano sulla carta (o nella memoria del computer!).

In fondo, penso che scrivere e vivere possano essere accomunati da una metafora in cui scrivere con sentimento è come vivere con sentimento, e viceversa.
Per sapere se sono felice devo capire cosa mi rende felice. Per riconoscere il seme nel frutto devo ricordarmi della sua origine.
Così, se vivere è un po’ come scrivere, allora la tristezza è l’incapacità di trovare le parole dentro di sé.

Come scrive Emma nel suo post, che cosa significa perdere le parole per uno scrittore?
Forse è solo un momento passeggero, quello in cui si trova il piacere di leggere parole altrui. O forse è la disperazione di non sapere cosa scrivere o di non trovare il modo per esprimere pensieri ed emozioni.

“Sono una scrittrice. Lo sono stata da… non me lo ricordo neppure… da quando? Da prima di compiere 10 anni, ne sono sicura. Scrivevo. Scrivevo tanto. Non scrivo più. Ero una scrittrice e ora non scrivo. Cosa sto facendo? Posso scrivere… non mi importa quanto sia brava. Posso scrivere. Solo scrivere…” [2]
Emma ha parlato della sua incapacità di scrivere, di trovare le parole e io mi sono sentita conquistata da quelle parole che lei ha rivelato di aver perso ma che, bizzarria del destino, sembrano aver trovato lei in quel post.

Proprio come Emma anch’io non scrivo più racconti da tanto, quasi un anno, l’ultimo di cui mi ricordo è stato la revisione di uno precedente. Forse un giorno lo inserirò sul sito e forse Marta lo tradurrà.
Eppure, nonostante tutto, continuo a scrivere perché anche se non si trovano le parole non significa che non si abbia più niente da dire. Non significa che scrivere non abbia più valore.
Come ha affermato Ousmane Sembène: “Quando racconti una storia non lo fai per vendicarti ma per trovare il tuo posto nel mondo”.

Oggi, dopo 5 anni di lavoro su Shiningarden mi guardo indietro e mi rendo conto che il seme non è più seme ma rimane seme nello spirito. È cresciuto, diventato giovane albero e frutto senza però dimenticare le sue radici. Perché dalle radici attinge tutte le parole che negli anni si sono perse nell’oblio. Si nutre della propria storia e cresce più forte e coraggioso.

Come mi disse una persona anni fa: “Se hai una passione, sei fortunata. Se ti piace così tanto scrivere allora non smettere mai e tieni stretto quello che ami.”
Forse è questo il segreto della felicità?

Lara


Foto di Olivander, titolo: Be seeing you
Credits foto: Olivander



[1] "Scrivere una storia non è così semplice… devi scriverla! Devi associare alcune parole e scrivere una frase che abbia senso. Ma non è finita. Devi mettere la frase accanto ad un’altra e, se sei fortunata, le due frasi avranno senso insieme. Ma non è ancora il punto. Il punto è scrivere qualcosa che senti, scrivere qualcosa che viene dal tuo cuore, scrivere qualcosa che ti faccia sentire piena." – Emma

[2] "I was a writer. Since I was... I don't even remember... what? before ten, I'm sure. I wrote. I wrote a lot. And I don't write anymore. I was a writer and I'm not writing. What am I doing? I can write... I don't mind the good I am. I can write. Just write..." – Emma




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martedì, 03 aprile 2007, ore 21:02
scarabocchiato da shiningarden in video, colori, creativitĂ , immaginazione, girovagando sul web

Un annetto fa mi capitò di dover analizzare il significato dei colori per il progetto di un sito web. Naturalmente mi affidai ad Internet per la mia ricerca e, per caso, mi imbattei nel sito di Maria Claudia Cortes.

A distanza di tempo l’ho ripescato dal cassetto della memoria e ho deciso di condividerlo.

 

Si comunica anche con i colori? Sono anche i colori una forma d’espressione?

Se dovreste descrivervi con un colore quale scegliereste? Un rosso, un arancione o un giallo? Un verde, un blu o un viola?

C’è un colore che vi rappresenta di più e uno a cui vorreste assomigliare?

 

I colori, come tante altre cose nella vita, svelano quello che non pensiamo di voler dire di noi.

Guardatevi il filmato della Cortes e poi ditemi: che mondo sarebbe senza colori?!



In inglese | In spagnolo

Lara



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