domenica, 28 ottobre 2007, ore 19:59
scarabocchiato da shiningarden in comunicazione, idee, cambiamenti, ottimismo, girovagando sul web

Ottimisti o pessimisti? Si può cambiare idea ma nessuna idea ha mai cambiato il mondo?

Il sito ChangeThis.com afferma il contrario e lo dimostra con i suoi manifesti e la coraggiosa sfida al pensiero "fondamentalista" basato sul carisma e le mode passeggere.

Avete idee innovative che si basano su argomentazioni razionali e logiche? Scrivete il vostro manifesto e potreste scoprire che molte altre persone la pensano come voi!

Per saperne di più leggete l'articolo Un ottimismo coraggioso.


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sabato, 27 ottobre 2007, ore 09:45
scarabocchiato da shiningarden in donne, comunicazione, diritti, pubblicitĂ , libertĂ , societĂ 

Come si dà una buona notizia? Quali sentimenti le si associano?

Indignazione o rassegnazione sono emozioni più semplici e frequenti da provare: sono i cavalieri d’onore delle brutte notizie che sentiamo ogni giorno. Stupidità e cattiveria ormai fanno scalpore solo se le si grida ai quattro venti.

Cosa ci succede, al contrario, di fronte ad un’idea positiva? Come viene accolta da menti assuefatte alla bruttura?

Ieri sera tornavo a casa sul solito autobus ricolmo dell’ora di punta, cercando di sopravvivere ad un autista pilota mancato di formula uno e di difendere ostinatamente il mio esiguo spazio vitale. Ho alzato gli occhi al cielo plastificato del bus chiedendo una grazia ed ecco l’idea, le parole che non mi aspettavo incrociare il mio sguardo.

Ringrazio Moviem@tica per aver scattato questa foto che ora mi permette di dare un volto alla buona notizia, l’idea positiva che troppo spesso manca tra le proposte pubblicitarie da cui siamo bombardati ogni giorno:


È una campagna informativa promossa dall’Assessorato per le Pari Opportunità in collaborazione con GTT Torino e si rivolge alle donne perché prendano coscienza di loro stesse e dei loro diritti.

Ne riporto il testo integrale perché non solo lo condivido, ma spero sia un’iniziativa che contagi anche altri comuni italiani, se non l’ha già fatto. Spero che ridesti la coscienza di donne e uomini nei confronti di un atteggiamento svilente e discriminatorio ancora in atto nei confronti del sesso femminile.

Svendi il mio corpo? Tieniti i tuoi prodotti!

Quando la pubblicità usa in modo strumentale o oltraggioso l'immagine femminile intesa come richiamo sessuale, offende tutte le donne. Non comprare più i suoi prodotti. Vedrai come cambia registro.
Hai notato delle pubblicità offensive per le donne?
Segnalale via mail a presidente.pariopportunita@comune.torino.it
o tramite fax 011 44 22 633

Dopo l’articolo di Adrian Michaels pubblicato sul Finalcial Times sul ruolo delle donne nella pubblicità e televisione italiane, ecco i primi vagiti di una nuova presa di coscienza le cui radici sono vecchie come il mondo.

Le battaglie per la libertà e i diritti sono più che mai attuali in società distrutte dalle guerre, avvelenate dal divario osceno tra ricchi e poveri, prese in ostaggio dalla violenza di pochi che costringono i tanti in ginocchio.

Non c’è libertà se non può esservi coscienza di se stessi, del proprio modo d’essere, dei sogni e delle idee che ci contraddistinguono.

E come dice Moviem@tica nel suo post: “Fateci caso, durante il prossimo viaggio in autobus.”

Già, alzate anche voi lo sguardo, uomini o donne non importa, e prendete coscienza di voi stessi. È un primo passo, forse piccolo, ma le buone notizie sono contagiose e danno la forza di non assuefarsi a quelle brutte.

Lara 

Argomenti correlati:
Libertà di essere donne

Siti di interesse:
Irma - Il portale del comune di Torino per le pari opportunità



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domenica, 21 ottobre 2007, ore 10:37
scarabocchiato da shiningarden in blog, internet, comunicazione, diritti, creativitĂ , libertĂ 

Amate scrivere e siete italiani? Beh, complimenti, avete appena vinto alla lotteria del governo italiano che vuole elevarvi tutti al rango di editori!

Come? Semplice: con il disegno di legge Levi-Prodi che da blogger e webmaster qualunque vi trasformerà, non necessariamente ma probabilmente, in veri e propri editori.

Un altro come si forma sulle vostre labbra?
Anche questo molto semplicemente: basterà registrarsi al ROC, il registro dell’Autorità delle Comunicazioni, pagare bolli, tasse ed essere felici di essere “autorizzati” a scrivere e condividere le vostre idee.

Geniale, vero? È stato il mio primo pensiero. Hum, che dite, lo potrò scrivere? In attesa che il ddl venga approvato non sono ancora una pericolosa criminale, ma se il ddl passasse… che ne sarà della libertà a cui Internet ci ha abituati? Che ne sarà di blog e siti come Shiningarden?

Ha ragione Beppe Grillo quando dice che “ci vogliono tappare la bocca”?
Gli egregi signori al governo forse avrebbero bisogno di riprendere la Costituzione Italiana in mano e rivedersi i suoi famigerati articoli. Peccato che, al contrario dell’inno italiano, nessuno si indigni se i principi fondamentali e i diritti e doveri dei cittadini vengano ogni volta ignorati da chi dovrebbe proteggerli e promuoverli.

Ogni governo italiano, di destra o sinistra che sia, si diverte a considerarci un branco di idioti assuefatti ai reality show e vittime del populismo.
Gli stranieri ancora pensano che l’Italia sia il paese di “pizza, mafia e mandolino”. E chi ne fa le spese? Non certo i politici di professione che ancorati alla loro poltrona ci considerano ora un branco di cogl***, ora un esercito di bamboccioni.

E non sono neppure tutti quelli che amano seguire le mode e sguazzano felicemente nello stereotipo pur disprezzandolo. Chi ci rimette sono sempre i cittadini di serie B, quelli che hanno una coscienza civica e sociale, quelli che pensano quale strada imboccare quando si trovano ad un bivio. Quelli che in Internet hanno trovato un valido mezzo di espressione.

Dalle risposte che il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Franco Levi, ha fornito alle varie domande di giornalisti e non in merito al ddl, si percepisce l’intento di placare gli animi, di tranquillizzare sul fatto che non si ha interesse “a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile”.
Ah no? E chi lo decide in quale categoria rientra un sito o un blog? Il ROC? Della serie “se sei un bravo bambino e non disturbi gli adulti allora ti lasciamo giocare, altrimenti finisci in castigo”?!!!

E poi questo “non sarebbe praticabile”? Che cosa sottintende? Che se lo fosse si presenterebbe un bel ddl su misura?

Stiamo imboccando una pericolosa strada senza uscita, guidati da persone vecchie che non capiscono, né vogliono farlo, i cambiamenti della società.

Si pensa che meno paghi una cosa e meno le attribuisci valore, ma è sano che siano sempre e solo i soldi a conferire importanza alle cose?

Internet fa paura, ecco il punto. Fa paura ai politici, alle case discografiche, agli editori… fa paura a tutti quelli che per anni sono stati abituati a mangiarsi 3/4 della torta lasciandone le briciole al resto della popolazione.

A chi è ricco la ricchezza degli altri fa paura.

Se volete saperne di più sul ddl Levi-Prodi leggete:

Articolo su La Stampa
Articolo su la Repubblica
Blog di Beppe Grillo
Lettera del sottosegretario Riccardo Franco Levi

Se pensate che sia un disegno di legge assurdo e dannoso per la libertà su Internet firmate la petizione online.

E poi, male che vada, come ha scritto Grillo, ci trasferiremo tutti su server stranieri e andremo a cercare la democrazia altrove.
Povera Italia, non se lo merita di certo un destino del genere, ma chi li ascolta i cittadini di serie B?!
Nessuno, ecco perché decidono di emigrare, anche solo virtualmente.

Per questa volta.




Lara

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domenica, 14 ottobre 2007, ore 10:55
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, comunicazione, pubblicitĂ , girovagando sul web

La pubblicità vuole vendere. Da sempre il suo obiettivo è imbambolarci con modelle, coppie perfette, macchine potenti, un’idea di bellezza, eleganza, successo che relega la maggior parte di noi in quel rigagnolo di cui parlava Oscar Wilde in un celebre aforisma.

We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars.
Siamo tutti nel rigagnolo, ma alcuni di noi guardano le stelle.

E chi di noi guarda le stelle? La pubblicità è davvero quel brutto mostro che si imbelletta mattina, pomeriggio, sera per ingannarci? Il rossetto della magrezza, l’ombretto della celebrità, il fard della giovinezza?

Visitando il blog di Maurizio Goetz dedicato al “Margeting usabile”, qualche tempo fa avevo letto la notizia del nuovo spot della Dove, l’ultimo di una serie dedicati all’autostima delle donne, in particolare delle adolescenti. Mi ero appuntata il post ripromettendomi di parlarne prima o poi. Ed ora eccomi qua.

Anch’io lavoro nel campo della pubblicità, più precisamente del web marketing, una pubblicità diversa da quella sulle riviste o in televisione, ma pur sempre pubblicità. Il suo intento è catturare l’attenzione del potenziale acquirente, far vendere un particolare prodotto, inutile affermare il contrario.

Non penso, però, sia il fine a dover essere deprecato, quanto il modo.
Una nuova scuola di marketing afferma che per vendere bisogna puntare principalmente su tre soggetti, veri e propri magneti cattura-attenzione: donne, bambini e cuccioli. Le donne perchè stimolano la fantasia (soprattutto degli uomini), i bambini e i cuccioli perché trasmettono tenerezza e inducono l’utente ad una maggiore apertura verso il prodotto.

Ormai l’uso delle donne nella pubblicità è endemico: le vediamo dovunque, perlopiù mezze nude (altrimenti come si stimola la fantasia?!!), si spogliano nel bel mezzo di uno spot che pubblicizza silicone per interni contro ogni logica, ma seguendo alla lettera le regole del marketing.

È questa la pubblicità? Questo il modo di vendere un prodotto? Riecco emergere Oscar Wilde con le sue acute riflessioni: siamo davvero tutti nel rigagnolo, ma qualcuno volge lo sguardo verso l’alto.

La pubblicità, come afferma Goetz nel suo interessante blog, è comunicazione, è innovazione. Ed ecco che Dove lo sta dimostrando con un messaggio che va controcorrente e con un progetto, il fondo Dove per l’autostima, che offre basi concrete alla retorica di belle parole già pronunciate.

Quelli della Dove non sono dei benefattori, il loro intento è quello di vendere un prodotto, come lo è di qualsiasi azienda, ma hanno scelto di farlo in modo diverso, di puntare sulle persone e sul loro benessere.

Questa, come tante altre, è un’operazione di marketing, ma bisogna rendere merito al marketing che si vuole distinguere, che prova ad essere intelligente.

Vi ricordate il primo spot che passò in televisione e presentava il progetto Dove?

 

 

Negli anni l’azienda ha continuato a promuovere la sua iniziativa mostrando l’inconsistenza della bellezza e di tutte quelle società che la promuovono.
Perché si dice sia retorica affermare che la bellezza sia prima di tutto una qualità interiore, eppure non è superficialità credere il contrario?

 

 

Siamo così abituati a veder strumentalizzare il corpo delle donne, la loro presunta bellezza, le curve, la snellezza, da dimenticarci che senza trucco, senza dieta, palestra, senza un programma di fotoritocco siamo tutti esseri umani. Chi biondo, chi castano, chi magro, chi robusto, chi alto, chi basso. Siamo tutti diversi, ma per alcune aziende grazie ai loro prodotti potremmo tutti assomigliare all’emblema di bellezza che, al momento, va di moda.

 

 

Molte pubblicità che ci sorbiamo oggi sono un vero e proprio insulto all’intelligenza di uomini e donne. Uomini che vengono descritti come incapaci di controllare pulsioni primordiali e donne incoronate regine della superficialità e della menzogna.

Ci sono tanti modi per promuovere i propri prodotti, basta avere il coraggio di esplorare nuove strade, di dare un calcio a vecchi preconcetti che danneggiano anche le nuove generazioni.
Le persone non sono stupide, ma troppo spesso fa comodo che lo siano. L’acquirente attento è anche un acquirente scomodo perché valuta i pro e i contro di un prodotto, non lo compra a scatola chiusa. E non si lascia ingannare da facili promesse di una pubblicità estetica che vuole ingannare la vecchiaia e omologare ogni differenza.

Diciamocelo pure, la pubblicità è quasi sempre la fastidiosa interruzione di un programma o un film che stavamo guardando in tv, di un articolo che stavamo leggendo su una delle tante riviste patinate, ma basterebbe poco per renderla più interessante, stimolante e adatta ad una società che vuole crescere ed evolversi.

Radicarla, come si fa oggi, a pregiudizi, mode effimere e idee discriminatorie è un delitto verso ogni speranza di un futuro diverso e migliore rispetto all’insipido e retrogrado presente a cui ci siamo incatenati.

Lara



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martedì, 28 agosto 2007, ore 18:43
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, vita, comunicazione, diritti




“Il prezzo dell’essere una pecora è la NOIA. Il prezzo dell’essere un lupo è la SOLITUDINE. Scegli l’uno o l’altro con grande attenzione”, scrive Hugh MacLeod nella sua vignetta sul sito gapingvoid.com.

Pecora o lupo, essere o non essere: ecco il grande dilemma umano di tutti i tempi.
Un gioco a quiz nel quale la domanda da un milione di euro rimane tutt’ora irrisolta.
Cosa scegliere? La strada affollata e rassicurante della conformità o quella solitaria e incerta dell’originalità?

Troppo semplice e scontato rispondere la seconda quando essere se stessi non è mai stata una scelta ovvia. Infatti, l’originalità è una caratteristica che fa gola a molti, ma la stranezza e l’eccentricità non hanno questo privilegio.

In un articolo sul sito Lifehack.com, Adrian Savage parla del perché essere se stessi sia importante, ma prima di tutto è necessario capire cosa significa “essere se stessi”: essere unici, originali, diversi. Essere quello che nessun altro potrà mai essere. Non è un po’ spaventoso se la consideriamo da questo punto di vista? E se si scoprisse di non piacere a nessuno per la persona che si è? Quale altra alternativa ci rimarrebbe?

La storia e la letteratura ci insegnano che tutti i più significativi drammi umani sono nati dal pregiudizio, dall’etichetta “diverso” appiccicata all’esistenza di qualcuno che si discostava o intralciava la visione del mondo di qualcun altro. In quel caso il potente di turno.
Come scrive Adrian Savage: “Le persone che non si conformano hanno sempre incontrato difficoltà. Sembra che la società abbia bisogno di loro e li tema grosso modo in egual misura.”

A nessuno piace veramente essere la fotocopia di un’altra persona, ma spesso l’unicità spaventa più della conformità. Soprattutto quando dalla conformità si acquisisce un certo potere. Schiacciare la volontà di qualcuno è molto più desiderabile che non perdere il privilegio che si assegna al proprio pensieri, ai principi e agli obiettivi personali.

Eppure, rivela Savage, essere se stessi è la cosa più naturale al mondo. Al contrario sottomettersi alla paura, alla pressione sociale, al buon senso comune porta inevitabilmente alla mediocrità, alla depressione e all’insoddisfazione per una vita che, ai nostri occhi, finisce col perdere il suo valore.

Se ci capita di parlare con qualcuno che è stato costretto a fare i conti con se stesso e con una caratteristica di sé poco o mal tollerata dalla sua comunità di appartenenza, ci si rende conto di quanto la scelta di essere se stessi sia spesso una grande sfida tra l’accettare il modo in cui il caso o chi per lui ha deciso come saremmo nati e il diventare una persona completamente diversa, una persona ad immagine e somiglianza di chi ci vuole diversi da noi stessi.

Ancora oggi, simbolicamente, essere mancini è un difetto da correggere perché la mano destra è l’unica depositaria del diritto di scrivere.

I tempi cambiano e cambiano i persecutori e le vittime, ma non cambiano i ruoli. La tragedia è in scena ogni giorno con diversi protagonisti che conoscono ormai a memoria il copione. Oggi io pecora e tu lupo, domani io lupo e tu pecora.

Chi riuscirà per primo a gettare la maschera che ci divide? La maschera che da sempre cela una delle poche verità che sia sopravvissuta ai massacri e all’odio: siamo tutti, nessuno escluso, inevitabilmente, irriducibilmente, necessariamente diversi. E lo siamo tutti insieme.
Come scrive Boris Makarenko: “In una convivenza bisogna concentrarsi su ciò che ci lega ai vicini, non su ciò che scava fossati.”

Quindi, alla fine, lupo o pecora non sembra essere poi così importante, come ci ricorda anche MacLeod: “Va bene comportarsi come una pecora… ma solo finché ci si comporti come una pecora eccezionale.”

Le pecore clonate lasciamole a chi non ha né immaginazione né personalità. Quelli che sembrano divertirsi a recitare ruoli scontati e banali ripetendo all’infinito la stessa logora e monotona battuta: “Io, io, io, io!”
C’è forse qualcosa di più noioso da sentire?!





Lara

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