Ai tempi della scrittura della tesi di laurea mi capitò di leggere questa poesia che poi decisi di includere nel testo come rappresentazione artistica del legame che ancora oggi unisce i contadini del Terzo Mondo alla terra e ai semi.
Si tratta di una poesia palestinese che condanna lo sfruttamento e la violenza stringendosi attorno al più semplice e antico significato della vita.
Oggi ho deciso di pubblicarla qui perché a distanza di un anno, quando mi capita di rileggerla, la sento ancora “viva”, come se fosse appena uscita dalla penna del poeta.
I custodi dei semi
Bruciate la nostra terra
bruciate i nostri sogni
gettate acido sui nostri canti
coprite di polvere
il sangue della nostra gente massacrata
coprite con la vostra tecnologia
le voci di tutto ciò che è libero
selvatico indigeno.
Distruggete
Distruggete
la nostra erba e il nostro suolo
radete al suolo
ogni fattoria e ogni villaggio
costruiti dai nostri antenati
ogni albero, ogni casa
ogni libro, ogni legge
tutto ciò che è giusto e armonioso.
Con le vostre bombe spianate ogni vallata
con le vostre imposizioni
cancellate il nostro passato,
la nostra letteratura, la nostra metafora.
Spogliate le foreste
e la terra
fino al punto che nessun insetto
nessun uccello
nessuna parola
possa più provare un posto per nascondersi.
Fate tutto questo e anche di più.
Non ho paura della vostra tirannia
non mi dispererò mai
perché conservo un seme
un piccolo seme vivente
che custodisco
e pianterò di nuovo.
** L'immagine è di
gonzalo_ar