sabato, 17 marzo 2007, ore 10:56
scarabocchiato da shiningarden in pensieri, riflessioni, blog, internet, comunicazione

“Mettete qualcuno davanti a un computer, fategli capire che è completamente solo e poi state a guardare quello che succede: cercherà altre persone, ma solo fino a un certo punto. Avrà amici che non sono proprio amici, e un’intensa vita online, che non è proprio come avere una vita sociale. Si sentirà più connesso, ma sarà comunque solo. Tutte le persone sedute davanti a un computer sono sole. Tutte le persone sedute davanti a un computer sono al centro del mondo. Tutte le persone sedute davanti a un computer vogliono soprattutto parlare di sé.”*

 

Sono sola davanti al mio computer, le dita battono sulla tastiera al ritmo di una canzone che suona nello stereo e non importa a nessuno se ogni tanto mi interrompo per cantarla… vero?!

Non importa a nessuno se non ne conosco tutte le parole e di alcune riproduco semplicemente un suono similare… vero?!

Posso farlo perché sono sola, qui davanti al mio computer, e mi è presa questa pazza voglia di condividere.

Fino a poco fa stavo leggendo poi, terminato il capitolo del libro, ho posato lo sguardo sul computer di fronte a me e ho sentito la silenziosa complicità della tastiera che mi invitava a concretizzare l’ennesima riflessione sul “qui e noi, gli altri e adesso”.

 

Hum, non so se sono riuscita a rendere l’idea ma… l’immagine di quel certo anonimo internauta citato sopra si è materializzata nella vostra mente?

Le parole oggi aiutano a dare forma a vite prima celate? Forse la domanda potrà apparire un po’ retorica, ma navigando su Internet è davvero possibile imbattersi nell’inverosimile. Sembra che ormai tutto finisca su Internet per la gioia (e la sofferenza) di chiunque ami questo mezzo di comunicazione.

 

Il breve brano che ho citato all’inizio fa parte di un articolo di John Lanchester sui nuovi protagonisti e le nuove tendenze di Internet. Lo avevo letto settimane fa e oggi me ne sono ricordata. Ero alla ricerca di informazioni su un libro e mi sono ritrovata su di un blog.

 

Ho scorso qua e là alla ricerca delle informazioni promesse e mi è capitato di leggere un messaggio personale nello spazio riservato ai commenti. Niente di che, cose che si sentono tutti i giorni, soprattutto se finiamo nella scia di parole di due innamorati.

Cose che ascoltiamo nelle dediche alla radio o leggiamo in quelle rubriche del cuore e dei messaggi d’amore. Però, leggerle nei commenti di un blog mi ha trasmesso una strana sensazione: di chi sente di essere capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Di chi ha ascoltato cose che non avrebbe dovuto e ora si sente un po’ in imbarazzo.

 

E perché mai? Mi sono chiesta. Che differenza c’è tra la radio e internet? O tra un giornale e internet? Perché quello che avrei sentito o letto con tutta tranquillità sui primi mi dovrebbe mettere a disagio se lo scorgo sul secondo?

Forse dipende dal carattere social-solitario di Internet?

 

Siamo noi, soli, davanti al computer e scriviamo o leggiamo. C’è l’altro, solo, davanti al computer che scrive o legge. Noi scriviamo e lui legge. Scrive lui e noi leggiamo.

Non è un po’ come sbirciare nella vita personale degli altri? Gli altri che hanno voglia di parlare di sé e di raccontarsi. Ma perché a noi dovrebbe interessare tutto questo turbinio di parole?

Forse perché anche noi siamo qui con questa voglia matta di parlare di noi e raccontarci.

Un po’ come se ci piacesse dire: “Ehi, l’hai sentita l’ultima su di me?” “Dai, fermati cinque minuti, ti devo proprio raccontare questa chicca che mi riguarda!”

 

Internet come supremo mezzo di espressione dell’egocentrismo umano? Hum, interessante teoria che, però, mi porta subito ad una nuova riflessione: senza Internet il nostro egocentrismo era forse attenuato? Lo nascondevano furtivamente sotto al tappeto non appena avevamo visite? O era lì, è sempre stato lì con noi e Internet ha solo messo in evidenza qualcosa che, in realtà, truccavamo con cura sotto la nostra sorridente maschera sociale?

 

Investita da tutta questa serie di domande mi viene in soccorso il pensiero di un’amica. La cito come farei con una grande protagonista della storia: “Quando stava male mi scriveva sempre alla ricerca di consigli e aiuto… e, semplicemente, ora che ha ripreso a stare bene e si è fatta una nuova vita io non esisto.”

 

Ecco lo spirito malato dell’egocentrismo: non l’egoismo di parlare di sé, ma l’egoismo di parlare solo di sé. Non l’egoismo di chiedere consigli e aiuto ad una persona amica, ma l’egoismo di scomparire dalla sua vita quando non ci serve più, quando stiamo abbastanza bene per camminare da soli e spingiamo lontano la spalla che ci aveva sostenuto fino a quel momento.

 

Internet in tutto questo non c’entra ma, come tutte le creazioni umane, mostra ad ognuno di noi uno specchio nel quale guardare la propria immagine riflessa.

Possiamo pensare di aver fatto grandi cose e che valga la pena raccontarle, possiamo pensare di non avere niente da dire, eppure sentire lo stesso il bisogno di farlo presente.

 

In mezzo ad una folla che attende l’arrivo dell’autobus oppure nella solitudine della propria casa, davanti al computer, l’egocentrismo di ognuno di noi non fa una grinza: nella folla si tiene lontano da chi non conosce, protetto dal cerchio magico dei propri conoscenti, nell’anonimo mondo di Internet clicca sulla X e chiude conversazioni che non gli interessano, scrive, cancella, salva ed elimina senza sentirsi responsabile delle connessioni interrotte.

 

Eppure, come nel miglior libro che si rispetti, prima o poi ecco verificarsi l’evento fortuito, il cambiamento di rotta inatteso e tra la folla scorgiamo un viso sconosciuto che vorremmo avvicinare, navigando nei mari virtuali ci imbattiamo in vite che ignoravamo, scoprendo all’improvviso minata la nostra indifferenza.

 

Ma se nel primo caso non possiamo andare dallo sconosciuto e chiedergli sorridenti: “Vuoi essere mio amico?”, nel secondo possiamo lasciare un commento, scrivere una mail e chissà.

Il più delle volte non succede nulla, ma la trama di un libro è pensata e scritta dal suo autore. Così, sia tra la folla che tra le onde virtuali, egocentrici o egoisti, siamo sempre noi a scrivere la nostra storia.

E forse - fa forse male pensarlo?! - la domanda che oggi non abbiamo il coraggio di formulare, domani riceverà una risposta.
Basta esserci per ascoltarla… e saperla ascoltare.


Lara

* John Lanchester, Il nuovo big bang, Internazionale del 16 febbraio 2007


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giovedì, 01 marzo 2007, ore 20:49
scarabocchiato da shiningarden in riflessioni, comunicazione, silenzio, girovagando sul web

Girovagando tra i blog per lavoro mi è capitato di leggere un altro interessante post su Marketing usabile.

Il tema è il silenzio visto come diversa e complementare forma di comunicazione.

 

Dato che l’argomento è uno di quelli che da sempre cattura la mia attenzione, dopo aver letto il post, la mia mente ha iniziato a vagare generando associazioni d’idee e pensieri anche improbabili.

Sono vittima di un cervello che pensa, si domanda, osserva e le cui riflessioni si rincorrono ininterrottamente. Il silenzio per me diventa quindi una dolce terra promessa, il silenzio di chi vive il suo momento e non ha bisogno di trastullarsi con false aspettative e sogni illusori.

 

Temere il silenzio, mi dico sempre, è come temere il proprio modo di comunicare: sia l’uno che l’altro, in quel caso, sono percepiti come fonte di disagio, incomprensione e imbarazzo.

“Cosa posso dire per interrompere questo silenzio?” “Sto dicendo qualcosa di interessante?” “Farei meglio a stare zitta o a intervenire?”

Silenzio e comunicazione sono facce opposte di una stessa medaglia, rispettivamente forza yin e yang delle interazioni umane.

 

Nel post citato vengono elencate quattro tipologie di silenzio:

 

- il silenzio di chi non sa;

- il silenzio di chi sa di non sapere;

- il silenzio colpevole;

- il silenzio consapevole.

 

Il primo è il silenzio naturale, spiega l’autore del post, di chi “non è al corrente, non conosce, non è informato”.

È il silenzio di chi preferisce non intervenire non possedendo informazioni sull’argomento in questione.

 

Il secondo è il silenzio di chi non è in confidenza con un particolare argomento o mezzo di espressione o comunicazione. La differenza rispetto al primo è la volontà di imparare, di conoscere e fare esperienza per intervenire dopo averla acquisita.

 

Il terzo è il silenzio di chi non vuole parlare, di chi “sa di avere scheletri nell’armadio e quindi non vuole per negligenza o per colpa utilizzare mezzi/ambienti che gli si potrebbero ritorcere contro, visto che non vuole cambiare i suoi atteggiamenti”.

È il silenzio di chi tace per non mettersi in gioco e rischiare di essere sconfitto dai suoi stessi limiti. Di chi rifiuta il cambiamento per difesa o pigrizia.

 

Il quarto e ultimo, invece, è “il  silenzio denso di significato”. Il silenzio di chi decide consapevolmente di non parlare o utilizzare un mezzo d’espressione “fintanto che non è in grado di capirne il valore” per gli altri.

 

E voi, mi verrebbe da chiedere, di quale tipologia di silenzio vi sentite i portavoce? Di quale vi dichiarate o meno sovrani incontrastati?

 

In realtà, credo che tutte le tipologie colpiscano ognuno di noi ma che, alla fine, una si manifesti con maggior vigore rispetto alle altre. La tipologia del nostro silenzio rispecchia il nostro modo di comunicare.

 

Personalmente capisco il primo tipo di silenzio, ammiro il secondo, sono attirata dal quarto e diffido del terzo.

 

Di tutte le tipologie di silenzio, la terza è quella che mi ha sempre indisposta di più. Quando la scorgo in qualcuno subito quella persona diventa sospetta ai miei occhi non tanto perché mi stia nascondendo qualcosa quanto più perché percepisco il suo pericoloso egoismo.

 

Le persone in cui domina il “silenzio colpevole” sono persone che farebbero di tutto pur di difendersi dalla tua comunicazione, anche ferirti a morte con parole o atteggiamenti pensati ad hoc. E perché, ad esempio, sarebbero peggiori di chi tace perché non sa?

Per un semplice quanto non necessariamente ovvio motivo: demonizzano il cambiamento interno. Hanno paura di cambiare, di conoscere, di imparare e, quindi, di mettersi in gioco.

 

Il silenzio, se così considerato, è una grande forma di comunicazione: ci mostra aspetti che il nostro “interlocutore”, tacendo, vorrebbe tenere nascosti. È una maschera che esprime più di quanto, in apparenza, dovrebbe fare. Sentimenti, emozioni, desideri dichiarati o celati.

 

“Si comunica sempre, anche quando non lo si vuole.”

 

“La comunicazione oggi, passa anche da una gestione consapevole del silenzio, ma è una cosa molto difficile, che richiede equilibrio e sensibilità.”

Così recita l’autore del post citato. Non avrei saputo dirlo meglio.

Lara



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